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 di  Admin

Racconti


πŸ“† 07/01/2016

U scazzamurrèll cagne chèse

Si racconta che nu scazzamurrèll si materializzò una sera in una casa dove c’erano marito e moglie con un bambino di pochi anni.

Anziché spaventarsi, la famigliola, come avrebbe fatto con un ospite qualsiasi, lo invitò a sedersi avvucìne u vrascére e, siccome u scazzamurrèll era piccolo di statura, si accomodò sope a na suggiulétt.

Inoltre, vedendosi ben accolto, disse che, se avessero mantenuto il segreto, avrebbe fatto trovare ogni mattina due o tre monete tra la cenere d’u vrascére. Marito e moglie promisero e u scazzamurrèll, oltre a lasciare qualche soldo, quando non c’erano estranei appariva e, sedendosi al solito posto, si tratteneva a chiacchierare ed a giocare col bambino.

Dui sòld iòie e dui cra, marito e moglie, messo insieme un bel gruzzolo, pensarono di comprarsi una casa perché quella occupata era d’affitto.

Saputa la cosa, il genietto disse che erano liberi di decidere per il loro meglio e che lui avrebbe seguito la famiglia ovunque fosse andata ad abitare.

Fatto u cuntràtt, versato il corrispettivo e avute le chiavi della nuova casa, giunse finalmente il momento del trasloco. Allora u scazzamurrèll prese la sua suggiulétt e seguì l’uomo, la donna e il bambino che portavano altre masserizie.

Siccome era invisibile, per strada la sediolina sembrava muoversi da sola e, se qualcuno chiedeva:

“Ke sta succedènn?”,

si sentiva rispondere:

“Stime scasànn!”,

ma non si capiva da dove la voce venisse.

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πŸ“† 04/11/2014

Chi sèpe lègge…

Si racconta che nu massaròtt, e cioè un piccolo agricoltore delle nostre parti, era riuscito a mettere da parte un bel gruzzolo, qualcuno dice col sudore della fronte, qualche altro per aver trovato nei suoi campi un tesoro lì sepolto dai briganti. In qualunque modo l’avesse acquisita, avendo un figlio che a scuola dava soddisfazioni, l’uomo pensò di investire la sua ricchezza in cultura e prestigio sociale, per cui, dopo il diploma, lo mandò a Napoli a studiare legge.

Il giovanotto non deluse le aspettative e, dopo quattro anni, invitò i genitori a raggiungerlo per assistere al suo esame di laurea.

U massaròtt e la moglie, inorgogliti dall’evento, si rimisero a nuovo e si recarono a Foggia per salire sul primo treno in partenza per il capoluogo campano.

Durante l’attesa l’uomo vide che non pochi viaggiatori si sporgevano dai finestrini per comprare il giornale e, per non essere da meno, anche se analfabeta, ne acquistò uno anche lui.

Dopo che il treno fu partito, lo aprì e si mise a leggere come gli altri, o meglio, faceva solo finta di farlo perché, avendo frequentato a fatica appena la prima elementare, oramai non sapeva più neppure distinguere una lettera dall’altra.

Ad un certo punto un tale che gli stava seduto a fianco diede, per curiosità, un’occhiata a lui ed una al giornale che aveva tra le mani e, vedendo che lo teneva a rovescio, gli fece notare:

“Cumpà, vide ca tì u giurnèle chèpesott!”.

Al che u massaròtt prontamente rispose:

“Chi sèpe lègge lègge stòrt e derìtt!”.

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πŸ“† 04/11/2014

Voll, voll la tallàre!

C’erano una volta un padre ed una madre che avevano tre figlie blese, e cioè con gravi difetti nella pronuncia delle consonanti. Disperando, per questo motivo, di riuscire ad accasarle, i due coniugi si rivolsero per aiuto a nu tramezzant di professione per vedere di cominciare col sistemare la maggiore la quale era ormai giunta in età da marito.

L’intermediario sparse la voce anche nei paesi vicini e finalmente riuscì a trovare un giovanotto disposto a fa canuscènz con la ragazza che era stata descritta belloccia, ben costumata e con dote decorosa, anche se con un lieve, invisibile difetto.

Siccome il candidato qualche difetto ce l’aveva anche lui, accettò l’incontro e, all’ora convenuta, si presentò in ghingheri in compagnia du tramezzant.

L’incontro si svolse in un clima di garbata cordialità, con l’unico neo che nessuna delle tre sorelle fiatava in quanto i genitori avevano raccomandato loro di non aprire bocca per nessuna ragione al mondo.

Al giovane la primogenita non dispiacque e, in quanto a lei, se lo divorava con gli occhi, dando a vedere che sarebbe stata ben felice di averlo prima per fidanzato e poi per marito. Ad un certo punto, poiché le trattative sembravano giunte a buon fine, i neosuoceri invitarono il neogenero a trattenersi a pranzo.

Di lì a poco la madre, intenta a chiacchierare piacevolmente, disse alla più piccola delle figlie di andare a controllare se l’acqua bolliva.

La ragazzina si alzò ubbidiente, si accostò al focolare, sollevò il coperchio ed esclamò tutta giuliva:

“Voll, voll, la tallère!”.

“Tèle, tèle, i tattalùne!”, fece allora la seconda.

Tutta rammaricata la più grande delle tre, che era lì lì per fidanzarsi, rimproverò la sora pìcquele che aveva aperto la bocca per prima dicendo:

“Mamm ha ditt ta nn’aviva tallà e tu ha tallète!”.

E fu così che il matrimonio andò a monte perché il giovanotto, scoperto il difetto “invisibile”, si alzò dalla sedia, aprì la porta e, una volta uscito, non si fece più vedere.

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πŸ“† 04/11/2014

A quéddu monn ke ce fa?

Nel rispetto della famosa regola benedettina “Ora et labora!” (Prega e lavora!), dei frati avevano allestito, dietro il loro convento, un orto ricco di verdure di ogni tipo. Siccome erano tempi di penuria, i ladri si sentivano attratti da tale abbondanza e, di tanto in tanto, commettevano qualche furtarello che passava di solito inosservato, trattandosi di ammanchi di poco conto.

Una notte, però, dei furfanti, ricoperti ognuno da un bianco lenzuolo a cui avevano praticato due fori in corrispondenza degli occhi, si recarono nell’orto dei monaci a far man bassa di tutto e, forti del travestimento, anziché agire in silenzio, si aggiravano tra gli ortaggi cantando:

“Quann ièmm vìve ce magniàveme càvela nire,

mo ca sìme mòrt spassiéme dint a l’òrt!”,

e poi, a mo’ di ritornello, alternavano la cantilena con gli incitamenti reciproci:

“Fra Mechéle!” “Fra Tagghiére!” “Trensàk, trensak, trensak!”

E intanto tagliavano e mettevano nei sacchi rèpe, vròcchele, vérze, catalògne, nzalète e tutto ciò che si trovavano a portata di mano, senza risparmiare neppure le piante più giovani.

Svegliati da quello strano vocio, i monaci si affacciarono alle finestre e, intravvedendo nell’oscurità della notte misteriosi biancori in giro per il loro orto, pensarono di trovarsi di fronte ad anime di trapassati.

Allora, facendosi coraggio, uno di loro chiese a nome di tutti:

“Iàneme d’u Priatòrie, ke stìte facènn dint a l’òrt?”.

Al che i falsi spiriti, ad un segnale convenuto, riattaccarono in coro:

“Quann ièmm vìve ce magniàveme càvela nire,

mo ca sìme mòrt spassiéme dint a l’òrt!”

“Fra Mechéle!” “Fra Tagghiére!” “Trensàk, trensak, trensak!”

Dopodiché ad un altro frate venne la curiosità di avere notizie dell’al di là, per cui domandò:

“Iàneme d’u Priatòrie, a quéddu monn ke cce fa?”

“Pìcquele e rròss ce tagghie a tutt!”, risposero i ladri, alludendo a u stramìnie degli ortaggi. Ma la frase evocò alle orecchie dei monaci la Morte, la cui falce non risparmia nessuno. Fatto sta che le finestre furono rinchiuse ed i ladri poterono concludere il loro lavoro e allontanarsi indisturbati con i sacchi colmi di verde bottino.

Avendo, la mattina dopo, i monaci visto il loro orto ridotto a turz e stucce, all’oremus, l’officiante cantilenò con tristezza:

“Orèmus: iòie ce magnème turz de rèpus!”

E ai confratelli, già rassegnati all’idea di dover fare a meno della verdura per diverso tempo a venire, non restò che rispondere in coro un rassegnato: “Amèn!”.

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πŸ“† 04/11/2014

Pupe de Pèzz

C’erano una volta un marito ed una moglie che avevano un figlio chiamato Pupe de Pèzz il quale, essendo ormai un giovanotto, stanco della vita di stenti che conduceva in famiglia, chiese ai suoi genitori la benedizione e se ne andò in cerca di fortuna.

Camine e camine, incontrò ad un certo punto un vecchio che gli chiese dove fosse diretto. Avendo il giovane risposto che era in cerca di fortuna, l’uomo gli porse un tascapane e gli disse:

“Giuvenò, la fertuna to so iì. U vi stu taschéppène? Bast ca dice:

Ke la mèna mi e ke la vulentà de Ddìe, trascìte tutt dint u taschéppène mìe!

e qua dint ce trèsce tutt quédd ca vu tu!”.

Pupe de Pèzz lo ringraziò e si rimise per strada.

Ad un certo punto, siccome sentì fame, entrò in una bottega per comprare qualcosa da mangiare ma poi, vedendoci appesi presùtt, savucìcce, casckavàll ed ogni ben di Dio, volle mettere alla prova le virtù del suo tascapane e disse:

“Ke la mèna mi e ke la vulentà de Ddìe, trascìte tutt dint u taschéppène mìe!”.

E allora, come per incanto, presùtt, savucìcce, casckavàll, pène, vine e tutto ciò su cui Pupe de Pèzz posava gli occhi, corsero ad infilarsi nel tascapane, così che alla fine la bottega rimase quasi vuota.

Dopo aver fatto un altro po’ di strada, il giovane, vedendo un vecchio seduto all’ombra di una casa abbandonata, si fermò e, offrendo pane, companatico e vino anche a lui, mangiò e bevve a sazietà. Poi, siccome cominciava ad imbrunire, gli chiese se da quelle parti c’era un posto dove dormire al riparo.

“Giuvenò, - gli rispose il vecchio - la vi sta chèse? Iè stète abbandunète pecché ce stann sètt spìrete. Se tì u curàgge de passà na nòtt qua ddint sènz ca te ne fuie pe la cacàcce, crammatìne la chèse e tutt quédd ca vide qua ttòrn iè rròbba to!”.

Pupe de Pèzz, che non aveva paura neanche del diavolo, lo ringraziò e, quando giunse la sera ed il vecchio se ne fu andato per la sua strada, spinse la porta, accese una lucerna e, vedendo in un angolo un letto, vi si stese sopra per riposare.

Non si era ancora assopito che sentì lluccà da la capp d’u fucarìle:

“Iì mo me méne!”.

“Aspitt ne poche!”, rispose Pupe de Pèzz per nulla impressionato.

Dopodiché si alzò dal letto, mise il suo tascapane dint u fucarile e, avendo recitato mentalmente:

“Ke la mèna mi e ke la vulentà de Ddìe, trascìte tutt dint u taschéppène mìe!”,

gridò:

“Mìnete, mì!”, e u prime spìrete, saltando dalla cappa, finì diritto nel tascapane.

Dopo un po’ di nuovo una voce avvertì:

“Iì mo me méne!”,

e il giovane di rimando:

“Mìnete, mì!”, e un altro fantasma cadde nel tascapane, nel quale, uno dopo l’altro, restarono imprigionati tutti e sette i spìrete.

Allora finalmente Pupe de Pèzz poté addormentarsi tranquillo e la mattina dopo si ritrovò padrone della casa e delle terre circostanti.

Capendo di aver trovato la sua fortuna, il giovane si rimboccò le maniche e in breve cancellò dalla proprietà i segni dell’abbandono, prendendo a condurre un’esistenza agiata.

Un bel giorno passarono da quelle parti Nostro Signore ed i suoi apostoli e Pupe de Pèzz, onorato da quella visita, offrì loro da mangiare e bere a sazietà e la notte li fece dormire su comodi giacigli.

La mattina dopo San Pietro gli suggerì di esprimere un desiderio perché il Maestro lo avrebbe esaudito ed egli rispose che voleva che chiunque salisse su uno dei suoi alberi non vi potesse più scendere senza che lui dicesse:

“Ke la mèna mi e ke la vulentà de Ddìe, ascìgne da sope l’àreve mìe!”.

Fu da Gesù accontentato, ma San Pietro, nell’andar via, gli osservò:

“O fréchete, pecché nn’ha chièst u paravise?”.

Qualche giorno dopo, di ritorno dalla città in cui erano stati a predicare, il Maestro e gli apostoli si fermarono di nuovo da Pupe de Pèzz che di nuovo fu con loro molto generoso.

Offertagli la possibilità di ricevere un’altra grazia, il giovane chiese che chiunque si fosse seduto su di una sua sedia non si potesse più alzare se lui non avesse detto:

“Ke la mèna mi e ke la vulentà de Ddìe, aiàvezete da sope la seggia mie!”.

Da allora passarono molti e molti anni, finché un giorno giunse a prenderlo la Morte.

Pupe de Pèzz le disse che l’aspettava, ma, prima di partire con lei, la invitò a salire insieme su di un albero di fichi ed a farne una scorpacciata.

La Morte, che aveva la bocca amara, accettò volentieri ma, quando fu il momento di scendere, mentre Pupe de Pèzz lo fece senza problemi, lei non riuscì a staccarsi in nessun modo dall’albero.

Sentendola chiedere ed implorare, dopo averle fatto promettere che sarebbe tornata da lui solo dopo trent’anni, le permise di scendere dicendo:

“Ke la mèna mi e ke la vulentà de Ddìe, ascìgne da sope l’àreve mìe!”.

Quando furono trascorsi tutti e trenta gli anni concessi, la Morte si ripresentò puntuale da Pupe de Pèzz che, ormai vecchio, sentendola bussare, le disse di sedersi ed aspettare il tempo di farsi la barba perché all’altro mondo voleva presentarsi ben rasato.

La Morte si sedette davanti all’uscio per riposare, ma, quando tentò di rialzarsi, non riuscì più a staccare le ossa del di dietro dalla sedia.

Vedendola disperata, Pupe de Pèzz le chiese altri trent’anni e, ottenutili, la liberò dicendo:

“Ke la mèna mi e ke la vulentà de Ddìe, aiàvezete da sope la sèggia mìe!”.

Quando, dopo quest’arco di tempo, la Morte si presentò a bussare per la terza volta alla sua porta, ormai vecchissimo e stanco della vita, Pupe de Pèzz prese u taschéppène e la seguì docilmente fino a dove si aprivano le porte dell’inferno e del paradiso.

Il vecchio provò allora a bussare a quella del paradiso, ma San Pietro, avendolo riconosciuto, gli sbatté la porta in faccia dicendo:

“Nn’ha velute ddummannà u paradìse? E mo fréchete!”.

A Pupe de Pèzz non restò quindi che bussare alla porta dell’Inferno dove fu accolto da un’orda di diavoli che presero a sfotterlo ed a tormentarlo punzecchiandolo con i loro forconi.

Per sottrarsi a quelle torture, il vecchio aprì il tascapane e disse:

“Ke la mèna mi e ke la vulentà de Ddìe, trascìte tutt dint u taschéppène mìe!”,

e tutti i demoni si trovarono rinchiusi là dentro senza sapere come. Poi, curiosando di qua e di là, Pupe de Pèzz capitò dint la ferràrie dove alcuni diavoli, con grossi martelli, preparavano forconi, catene ed altri strumenti per torturare le anime dannate.

Il vecchio disse loro in tono di sfida:

“Vòie proprie vedé se site bbone a sfascià u taschéppène mi!”.

I ferrère lo misero allora sull’incudine e, mbìnghete e mbànghete, gli diedero tante martellate da ridurlo come una pizza. Ma, quando lo aprirono, vi trovarono dentro non pochi loro confratelli con tutte le ossa maciullate.

Resi furiosi da ciò, i diavoli cacciarono allora Pupe de Pèzz da u nfèrn dicendogli di andare a dar fastidio mparavise.

Il vecchio tornò quindi a bussare da San Pietro che socchiuse il portone ma, riconosciutolo, non vol-le farlo entrare per nessun motivo. Allora Pupe de Pèzz lasciò cadere all’interno il suo cappello e chiese il permesso di andarlo a prendere.

San Pietro lo lasciò passare, ma il vecchio, anziché raccoglierlo, ci mise sopra i piedi e disse:

“Mo tèng i péde sope la rròbba mi e ne mme pu caccià cchiù!”.

Mentre San Pietro sbraitava, passò da quelle parti Nostro Signore che, riconosciuto Pupe de Pèzz, lo salutò amichevolmente e poi, sentito qual era il problema, gli disse di rimanere perché lo avrebbe ospitato volentieri nel suo paradiso così come egli aveva fatto con Lui e i suoi apostoli sulla terra. Ed a San Pietro non restò che cedere inchinandosi alla divina volontà.

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