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04/11/2014Racconti

Pupe de Pèzz


C’erano una volta un marito ed una moglie che avevano un figlio chiamato Pupe de Pèzz il quale, essendo ormai un giovanotto, stanco della vita di stenti che conduceva in famiglia, chiese ai suoi genitori la benedizione e se ne andò in cerca di fortuna.

Camine e camine, incontrò ad un certo punto un vecchio che gli chiese dove fosse diretto. Avendo il giovane risposto che era in cerca di fortuna, l’uomo gli porse un tascapane e gli disse:

“Giuvenò, la fertuna to so iì. U vi stu taschéppène? Bast ca dice:

Ke la mèna mi e ke la vulentà de Ddìe, trascìte tutt dint u taschéppène mìe!

e qua dint ce trèsce tutt quédd ca vu tu!”.

Pupe de Pèzz lo ringraziò e si rimise per strada.

Ad un certo punto, siccome sentì fame, entrò in una bottega per comprare qualcosa da mangiare ma poi, vedendoci appesi presùtt, savucìcce, casckavàll ed ogni ben di Dio, volle mettere alla prova le virtù del suo tascapane e disse:

“Ke la mèna mi e ke la vulentà de Ddìe, trascìte tutt dint u taschéppène mìe!”.

E allora, come per incanto, presùtt, savucìcce, casckavàll, pène, vine e tutto ciò su cui Pupe de Pèzz posava gli occhi, corsero ad infilarsi nel tascapane, così che alla fine la bottega rimase quasi vuota.

Dopo aver fatto un altro po’ di strada, il giovane, vedendo un vecchio seduto all’ombra di una casa abbandonata, si fermò e, offrendo pane, companatico e vino anche a lui, mangiò e bevve a sazietà. Poi, siccome cominciava ad imbrunire, gli chiese se da quelle parti c’era un posto dove dormire al riparo.

“Giuvenò, - gli rispose il vecchio - la vi sta chèse? Iè stète abbandunète pecché ce stann sètt spìrete. Se tì u curàgge de passà na nòtt qua ddint sènz ca te ne fuie pe la cacàcce, crammatìne la chèse e tutt quédd ca vide qua ttòrn iè rròbba to!”.

Pupe de Pèzz, che non aveva paura neanche del diavolo, lo ringraziò e, quando giunse la sera ed il vecchio se ne fu andato per la sua strada, spinse la porta, accese una lucerna e, vedendo in un angolo un letto, vi si stese sopra per riposare.

Non si era ancora assopito che sentì lluccà da la capp d’u fucarìle:

“Iì mo me méne!”.

“Aspitt ne poche!”, rispose Pupe de Pèzz per nulla impressionato.

Dopodiché si alzò dal letto, mise il suo tascapane dint u fucarile e, avendo recitato mentalmente:

“Ke la mèna mi e ke la vulentà de Ddìe, trascìte tutt dint u taschéppène mìe!”,

gridò:

“Mìnete, mì!”, e u prime spìrete, saltando dalla cappa, finì diritto nel tascapane.

Dopo un po’ di nuovo una voce avvertì:

“Iì mo me méne!”,

e il giovane di rimando:

“Mìnete, mì!”, e un altro fantasma cadde nel tascapane, nel quale, uno dopo l’altro, restarono imprigionati tutti e sette i spìrete.

Allora finalmente Pupe de Pèzz poté addormentarsi tranquillo e la mattina dopo si ritrovò padrone della casa e delle terre circostanti.

Capendo di aver trovato la sua fortuna, il giovane si rimboccò le maniche e in breve cancellò dalla proprietà i segni dell’abbandono, prendendo a condurre un’esistenza agiata.

Un bel giorno passarono da quelle parti Nostro Signore ed i suoi apostoli e Pupe de Pèzz, onorato da quella visita, offrì loro da mangiare e bere a sazietà e la notte li fece dormire su comodi giacigli.

La mattina dopo San Pietro gli suggerì di esprimere un desiderio perché il Maestro lo avrebbe esaudito ed egli rispose che voleva che chiunque salisse su uno dei suoi alberi non vi potesse più scendere senza che lui dicesse:

“Ke la mèna mi e ke la vulentà de Ddìe, ascìgne da sope l’àreve mìe!”.

Fu da Gesù accontentato, ma San Pietro, nell’andar via, gli osservò:

“O fréchete, pecché nn’ha chièst u paravise?”.

Qualche giorno dopo, di ritorno dalla città in cui erano stati a predicare, il Maestro e gli apostoli si fermarono di nuovo da Pupe de Pèzz che di nuovo fu con loro molto generoso.

Offertagli la possibilità di ricevere un’altra grazia, il giovane chiese che chiunque si fosse seduto su di una sua sedia non si potesse più alzare se lui non avesse detto:

“Ke la mèna mi e ke la vulentà de Ddìe, aiàvezete da sope la seggia mie!”.

Da allora passarono molti e molti anni, finché un giorno giunse a prenderlo la Morte.

Pupe de Pèzz le disse che l’aspettava, ma, prima di partire con lei, la invitò a salire insieme su di un albero di fichi ed a farne una scorpacciata.

La Morte, che aveva la bocca amara, accettò volentieri ma, quando fu il momento di scendere, mentre Pupe de Pèzz lo fece senza problemi, lei non riuscì a staccarsi in nessun modo dall’albero.

Sentendola chiedere ed implorare, dopo averle fatto promettere che sarebbe tornata da lui solo dopo trent’anni, le permise di scendere dicendo:

“Ke la mèna mi e ke la vulentà de Ddìe, ascìgne da sope l’àreve mìe!”.

Quando furono trascorsi tutti e trenta gli anni concessi, la Morte si ripresentò puntuale da Pupe de Pèzz che, ormai vecchio, sentendola bussare, le disse di sedersi ed aspettare il tempo di farsi la barba perché all’altro mondo voleva presentarsi ben rasato.

La Morte si sedette davanti all’uscio per riposare, ma, quando tentò di rialzarsi, non riuscì più a staccare le ossa del di dietro dalla sedia.

Vedendola disperata, Pupe de Pèzz le chiese altri trent’anni e, ottenutili, la liberò dicendo:

“Ke la mèna mi e ke la vulentà de Ddìe, aiàvezete da sope la sèggia mìe!”.

Quando, dopo quest’arco di tempo, la Morte si presentò a bussare per la terza volta alla sua porta, ormai vecchissimo e stanco della vita, Pupe de Pèzz prese u taschéppène e la seguì docilmente fino a dove si aprivano le porte dell’inferno e del paradiso.

Il vecchio provò allora a bussare a quella del paradiso, ma San Pietro, avendolo riconosciuto, gli sbatté la porta in faccia dicendo:

“Nn’ha velute ddummannà u paradìse? E mo fréchete!”.

A Pupe de Pèzz non restò quindi che bussare alla porta dell’Inferno dove fu accolto da un’orda di diavoli che presero a sfotterlo ed a tormentarlo punzecchiandolo con i loro forconi.

Per sottrarsi a quelle torture, il vecchio aprì il tascapane e disse:

“Ke la mèna mi e ke la vulentà de Ddìe, trascìte tutt dint u taschéppène mìe!”,

e tutti i demoni si trovarono rinchiusi là dentro senza sapere come. Poi, curiosando di qua e di là, Pupe de Pèzz capitò dint la ferràrie dove alcuni diavoli, con grossi martelli, preparavano forconi, catene ed altri strumenti per torturare le anime dannate.

Il vecchio disse loro in tono di sfida:

“Vòie proprie vedé se site bbone a sfascià u taschéppène mi!”.

I ferrère lo misero allora sull’incudine e, mbìnghete e mbànghete, gli diedero tante martellate da ridurlo come una pizza. Ma, quando lo aprirono, vi trovarono dentro non pochi loro confratelli con tutte le ossa maciullate.

Resi furiosi da ciò, i diavoli cacciarono allora Pupe de Pèzz da u nfèrn dicendogli di andare a dar fastidio mparavise.

Il vecchio tornò quindi a bussare da San Pietro che socchiuse il portone ma, riconosciutolo, non vol-le farlo entrare per nessun motivo. Allora Pupe de Pèzz lasciò cadere all’interno il suo cappello e chiese il permesso di andarlo a prendere.

San Pietro lo lasciò passare, ma il vecchio, anziché raccoglierlo, ci mise sopra i piedi e disse:

“Mo tèng i péde sope la rròbba mi e ne mme pu caccià cchiù!”.

Mentre San Pietro sbraitava, passò da quelle parti Nostro Signore che, riconosciuto Pupe de Pèzz, lo salutò amichevolmente e poi, sentito qual era il problema, gli disse di rimanere perché lo avrebbe ospitato volentieri nel suo paradiso così come egli aveva fatto con Lui e i suoi apostoli sulla terra. Ed a San Pietro non restò che cedere inchinandosi alla divina volontà.

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