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04/11/2014Racconti

A quéddu monn ke ce fa?


Nel rispetto della famosa regola benedettina “Ora et labora!” (Prega e lavora!), dei frati avevano allestito, dietro il loro convento, un orto ricco di verdure di ogni tipo. Siccome erano tempi di penuria, i ladri si sentivano attratti da tale abbondanza e, di tanto in tanto, commettevano qualche furtarello che passava di solito inosservato, trattandosi di ammanchi di poco conto.

Una notte, però, dei furfanti, ricoperti ognuno da un bianco lenzuolo a cui avevano praticato due fori in corrispondenza degli occhi, si recarono nell’orto dei monaci a far man bassa di tutto e, forti del travestimento, anziché agire in silenzio, si aggiravano tra gli ortaggi cantando:

“Quann ièmm vìve ce magniàveme càvela nire,

mo ca sìme mòrt spassiéme dint a l’òrt!”,

e poi, a mo’ di ritornello, alternavano la cantilena con gli incitamenti reciproci:

“Fra Mechéle!” “Fra Tagghiére!” “Trensàk, trensak, trensak!”

E intanto tagliavano e mettevano nei sacchi rèpe, vròcchele, vérze, catalògne, nzalète e tutto ciò che si trovavano a portata di mano, senza risparmiare neppure le piante più giovani.

Svegliati da quello strano vocio, i monaci si affacciarono alle finestre e, intravvedendo nell’oscurità della notte misteriosi biancori in giro per il loro orto, pensarono di trovarsi di fronte ad anime di trapassati.

Allora, facendosi coraggio, uno di loro chiese a nome di tutti:

“Iàneme d’u Priatòrie, ke stìte facènn dint a l’òrt?”.

Al che i falsi spiriti, ad un segnale convenuto, riattaccarono in coro:

“Quann ièmm vìve ce magniàveme càvela nire,

mo ca sìme mòrt spassiéme dint a l’òrt!”

“Fra Mechéle!” “Fra Tagghiére!” “Trensàk, trensak, trensak!”

Dopodiché ad un altro frate venne la curiosità di avere notizie dell’al di là, per cui domandò:

“Iàneme d’u Priatòrie, a quéddu monn ke cce fa?”

“Pìcquele e rròss ce tagghie a tutt!”, risposero i ladri, alludendo a u stramìnie degli ortaggi. Ma la frase evocò alle orecchie dei monaci la Morte, la cui falce non risparmia nessuno. Fatto sta che le finestre furono rinchiuse ed i ladri poterono concludere il loro lavoro e allontanarsi indisturbati con i sacchi colmi di verde bottino.

Avendo, la mattina dopo, i monaci visto il loro orto ridotto a turz e stucce, all’oremus, l’officiante cantilenò con tristezza:

“Orèmus: iòie ce magnème turz de rèpus!”

E ai confratelli, già rassegnati all’idea di dover fare a meno della verdura per diverso tempo a venire, non restò che rispondere in coro un rassegnato: “Amèn!”.

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