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 di  Admin

Siti archeoligici


πŸ“† 02/08/2015

Pirro Nord

Il sito di Pirro Nord, riconosciuto come importantissimo nel panorama internazionale, testimonia la prima presenza dell’uomo in Europa. I resti che attestano l’attività dell’uomo preistorico sono costituiti da industrie litiche associate a resti di vertebrati fossili (tra cui elefante, bisonte, cervo, megacero, tigre dai denti a sciabola) e sono stati rinvenuti in una fessura (Pirro 13) all’interno del calcare delle Cave Dell’Erba. L’equipe interdisciplinare di studiosi coordinati dall’Università di Ferrara, ha rinvenuto alcune centinaia di manufatti in selce assimilabili a quelli ritrovati nei più antichi siti paleolitici d’Africa e d’Europa, in associazione a resti di micromammiferi e macromammiferi che hanno permesso la datazione della fessura, mediante il metodo biocronologico ,a circa un milione e mezzo di anni fa. La produzione di strumenti in selce avveniva a partire da materie prime locali che venivano scheggiate con un metodo semplice ma che comunque attesta un ottimo savoir faire dei primi artigiani paleolitici. Associati all’industria litica si ritrovano anche molti resti fossili che testimoniano la presenza di una fauna ben diversificata che conviveva con l’uomo. Negli ampi spazi aperti pascolavano grandi mammut, rinoceronti e branchi di cavalli e bisonti, mentre nelle aree boschive trovavano riparo cervi di media dimensione e i premegaceri dai grandi palchi. Questi erbivori erano le prede quotidiane di una comunità di carnivori ricchissima che rende il sito di Pirro Nord eccezionale. Erano presenti almeno due specie di “tigri dai denti a sciabola” tra cui una di dimensioni tali da poter cacciare i grandi mammut. Ma erano presenti anche giaguari, puma e veloci ghepardi più grandi di quelli attuali. C’erano poi lupi, volpi e un grande canide molto simile al licaone, oltre a orsi e mustelidi come i tassi che integravano la loro dieta con vegetali e frutta. I resti fossili sono fondamentali per datare il sito, in quanto il grado evolutivo delle specie che si rinvengono indica che l’associazione di Pirro Nord può essere riferita a circa un milione e mezzo di anni fa.

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πŸ“† 02/08/2015

Santa Maria di Selva della Rocca

La Chiesa di Santa Maria di Selva della Rocca è databile al XIII secolo, quando il conte di Lesina, Matteo Gentile, dona il Feudo Roccetta chiamato “Bellumvideri sito inter Precinam et Sanctum Nicandrum”, alla Sacra Casa di Santa Maria dei Teutonici di Barletta.
Dopo la fase Sveva non ritroviamo più la domus Bellovideri negli elenchi delle fortezze di pertinenza regia (come le domus di Pantano-S.Lorenzo e Orta che dai documenti nel quadrimestre maggio-agosto 1282 sono in gestione diretta): già verso la fine del XIII secolo, il Feudo Belvedere passa alle dipendenze di San Leonardo di Siponto, che lo conserverà fino alle “leggi eversive della feudalità”, emanate da Gioacchino Murat nel 1809.
La Chiesa, in forte stato di abbandono, si presenta senza copertura e senza facciata, a causa dei crolli avvenuti durante la seconda metà del XX secolo. L’impianto, a croce latina, con doppio coro sovrapposto, si estende su una superficie di 19mt x 14mt, ascrivibile però a diverse fasi. Appare evidente dal rilievo planimetrico che l’aula sia stata allungata in una fase moderna del sito. Altresì risulta evidente il rifacimento dopo il crollo, certamente dovuto al terremoto del 1627. Sembra chiaro dal rilievo, nonché dalla differenza strutturale delle murature, come il nucleo più antico fosse orientato secondo l’asse Est-Ovest. Il primo nucleo della Chiesa è costruito con muratura in pietra, squadrata e con corsi molto stretti; lateralmente, nella parte Nord, vi è un’ apertura, probabilmente da riferirsi alla fase più antica della Chiesa, i cui stipiti sono costituiti da grossi blocchi in calcare, sormontati da un semiarco anch’esso in pietra calcarea locale. All’interno sono visibili, nella parte centrale dell’aula e nella parte sinistra del transetto, due aperture che confermerebbero l’ipotesi di una cripta sottostante la Chiesa. Sulle pareti laterali dell’aula e nell’abside, a decorazione dell’unica monofora, (in forte stato di degrado, dovuto all’esposizione alle intemperie), affiorano, sotto l’intonaco moderno, dei frammenti di affreschi. Da una prima analisi si può affermare che, avendo riscontrato gli affioramenti in diversi punti, potrebbe trattarsi di un ciclo di affreschi ascrivibile alla frequentazione teutonica, visti i motivi a tendina confrontabili con gli affreschi di Torre Alemanna (Cerignola, FG).

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πŸ“† 02/08/2015

Castelpagano

La Fortezza di Castelpagano, si presenta a pianta quadrangolare, il cui perimetro misura 150mt circa, con una torre pentagonale a SO e due torri circolari: una piccola, con funzione di avvistamento a SE, e l’altra, più grande, a Nord, con funzione di fortificazione per le cisterne interne che servivano alla conservazione di derrate alimentari e, quindi, al sostentamento del castello.
Al centro della fortezza è presente un pozzo cisterna che raccoglieva acqua piovana. Sono ben visibili, sulla base della lettura delle murature, le fasi di espansione del castello, sorto in età Normanna e sviluppatosi in epoca federiciana. Dalla fortezza si espande il borgo che, come visibile in pianta, ha strutture riferibili ad abitazioni ma soprattutto un grande numero di cisterne circa 80, che avevano la funzione di depositi per derrate alimentari quali acqua e frumento. Interessante è anche la Chiesa ad aula unica, orientata NS che, dopo l’indagine della Soprintendenza, ha restituito l’antico campanile e un pavimento a raggiera formato da grandi tessere di calcare, mentre nell’ipotetica sacrestia vi è un pavimento in opus spicatum costituito di ciottoli di fiume.
Notizie storiche: Dalle fonti d’archivio sappiamo della sua presenza sin dagli inizi dell’ XI secolo quando, nella descrizione dei confini dell’abbazia di San Giovanni de Lama per la conferma dei beni da parte del catapano Basilio Bojoannes, appare già il confine di detta abbazia con Castelpagano. Successivamente, troviamo Castelpagano nel 1095 con Guimondo, in veste di castellano, incaricato dal conte Enrico del Gargano, mentre nel 1098 il normanno Riccardo, succede a Guimondo. Riccardo dovette restare castellano fino al 1106, quando il duca Ruggero Borsa sconfisse il nuovo conte del Gargano e di Lucera, Guglielmo I, che nel 1101 era succeduto al fratello Enrico. Riccardo, vassallo del conte del Gargano, venne sostituito dal catapano Farualdo, che aveva ottenuto dal duca l’amministrazione di Castelpagano, Monte Sant’Angelo e Vieste. Nel 1137, mentre imperversava la lotta per il controllo del Ducato di Puglia tra Ruggero II d’Altavilla e Rainolfo d’Alife, suo cognato e traditore, l’imperatore tedesco Lotario II di Supplimburgo (1060-1137), sceso in Italia in appoggio a Rainolfo, assediò Castelpagano, difeso dal castellano Riccardo, uomo del conte Simone del Gargano. In un primo momento Castelpagano resistette all’assedio ma, dopo la minaccia di radere al suolo la città e di trucidare tutti gli abitanti, Riccardo si arrese agli assalitori. Successivamente, quando Ruggero II riconquistò il Ducato, fece arrestare ed abbacinare Riccardo, per essersi arreso. Nella seconda metà del XII secolo, Castelpagano è feudo di due cavalieri in demanio a Ugo filius Raynaldi filii Guillelmi, insieme al casale di San Eleuterio, (insediamento sottostante Castelpagano) feudo di tre cavalieri. Dalle fonti iconografiche, conservate presso l’archivio della “Dogana delle Pecore” sappiamo che verso la fine del XV secolo, Castelpagano era in stato di abbandono.

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πŸ“† 19/11/2014

Pozzo Salso

POZZO SALSO


Importante traccia della storia Federiciana e della vita quotidiana apricenese dal medioevo ad oggi.

Questarea è un importantissimo luogo di memoria storica, dove fino a pochissimi anni fa,
si viveva in un ambiente rurale intorno all'area del pozzo.
Il pozzo, probabilmente costruito nel XIII secolo, conserva nei documenti medievali uno spaccato dell'importante fase di approvvigionamento idrico dei campi , della popolazione e degli animali.

Il pozzo viene indicato nelle fonti come Puteum Salzum, pozzo presso il quale gli abitanti di Apricena,
come Bartolomeo de Savarisio che possiede una vigna presso Pozzo Salso,
per la quale da alla curia la decima del vino .

Il pozzo viene indicato in diverse cartografie storiche e probabilmente verso la fine dell'ottocento lo troviamo in forte stato di abbandono, visto il successivo intervento di restauro.

Il pozzo venne restaurato nel 1904, con l'allora sindaco Carlo Luigi Torelli
e nonostante l'invito a preservarlo dall'incuria,
inciso sulla lapide incastonata sul pilastro del pozzo.

Oggi si ritrova ad essere area abbandonata ad uno stato di degrado.

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